Patricia Salazar stava terminando l’ultima striscia del dipinto sulla vetrata a tutta altezza quando qualcosa ha catturato la luce alle sue spalle: un luccichio dorato dove non avrebbe dovuto esserci oro.
Sulla scrivania di mogano lucido nell’ufficio del preside c’era una busta così elegante da sembrare quasi provocatoria, come a sfidare la stanza a giustificare la sua presenza. Carta spessa. Lettere in rilievo. Un sigillo di ceralacca, impresso con cura.
Non si è fatto alcun cenno a questa possibilità .
Patricia continuò a pulire la finestra, fingendo di non accorgersi che il suo battito cardiaco accelerava. Si diceva che era solo frutto della sua immaginazione. Si diceva che la curiosità era un lusso che non poteva permettersi. Eppure il suo sguardo continuava a tornare su quella busta, attratto da una quieta intuizione di cui non si fidava del tutto: il presentimento che la vita a volte metta alla prova le persone non con porte aperte, ma con trappole accuratamente nascoste.
Aveva ventitré anni e da due anni affittava uffici in uno dei grattacieli più alti di Città del Messico. Aveva imparato l’arte dell’invisibilità: si muoveva silenziosamente, senza mai disturbare nessuno, rimpicciolendosi in modo che gli altri non si sentissero a disagio per la sua presenza. Aveva anche imparato a leggere le persone senza parlare. Alcuni le passavano accanto come se fosse aria. Altri la guardavano come si guarda un mobile che non si è scelto. E pochissimi – pochissimi – la guardavano come se fosse una persona.
Sebastián Vargas non era uno dei pochi.
Entrò in ufficio proprio mentre Patricia stava piegando la vestaglia. La sua presenza fu annunciata da un costoso profumo e da una sicurezza che si era trasformata in arroganza. Trent’anni. Tre aziende a suo nome. Un nome che apriva le porte senza bussare. Il suo sorriso era smagliante, radioso… e assolutamente gelido.
«Patricia», disse, sistemandosi la cravatta di seta, «ho bisogno di un attimo».
Si voltò, tenendo ancora in mano il panno, e lo guardò brevemente negli occhi: abbastanza a lungo da mostrare rispetto, ma non abbastanza a lungo da essere irrispettosa.
“Sì, signor Vargas.”
Allungò la mano verso la busta dorata e gliela porse con una delicatezza teatrale.
“Voglio che tu lo abbia.”
La carta sembrava più pesante del dovuto, come se contenesse intenzioni anziché inchiostro.
«È un invito», continuò. «La prossima settimana, un gala di beneficenza. L’evento più esclusivo della stagione». Fece una pausa, osservando la sua reazione. «Ho pensato che potesse essere… illuminante per te. Vedere come vivono le persone di successo».
Le parole scorrevano fluide. Il significato era chiaro.
Patricia deglutì. “Signore, non capisco perché…”